Stanotte ho sognato. E' la terza volta che mi succede durante l'ultimo mese. Per giunta, lo ricordo.
Cammino in un lungo corridoio completamente bianco, alla destra del quale c'è una fila di grandi finestroni. Al centro del corridoio, c'è una sedia di legno rivolta alle finestre e un uomo seduto, vestito, per colori e indumenti, come un vecchio di paese. E' Fabrizio De André ma non ne sono stupita. Lo raggiungo e lui si volta ma non completamente, fino a scoprire il solo occhio destro. L'espressione è anch'essa quella di un vecchio, è un'espressione immobile, lo sguardo è intenso e triste, mi guarda come se mi stesse aspettando già tempo. Non c'è suono. Mi accoccolo accanto a lui, e abbracciati stiamo a guardare oltre la finestra di fronte una schiera di bambini emaciati che si incrociano in tutte le direzioni. Hanno la testa rasata, sono vestiti appena e la corporatura è esile, camminano dentro e fuori di un porticato bianco, con le volte, che da su un chiostro con al centro un pozzo circondato da sterpaglie. Vagano a testa reclinata, hanno lo sguardo assente, sembrano non vedersi ma non si sfiorano, portano il ritmo rallentato di un dolore sommesso.
