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venerdì, 02 maggio 2008

Quanta pena per le beatificazioni col fine ultimo dell'abiura. Un infantile delirio d'onnipotenza l'auto-celebrazione dell'assenza. 

La vita conquista il passo sulla conta dei respiri - futuro ridotto al little bit more please? - e qualcuno trattiene il fiato, perché può.


postato da: 26delmesedimai alle ore 14:00 | link | commenti
categorie: spirali, mi va così, statue di sale
martedì, 26 febbraio 2008


postato da: 26delmesedimai alle ore 10:00 | link | commenti
categorie: spirali, la camera bianca, statue di sale, furf
domenica, 24 febbraio 2008

Sarebbe stata / la mia vita per la tua / una cosa voluta e possibile.

La mia vita! / per un po' / della tua felicità.

Sei malato. / Non è mai secco / il tuo maledetto stagno di Narciso,

mentre il fiume scorre / e lo sai.

Eco non morì per amore / ma per abnegazione.

"Ora la moglie di Lot guardò indietro e divenne una statua di sale." (Genesi, 19)

 


postato da: 26delmesedimai alle ore 08:13 | link |
categorie: spirali, invertita, statue di sale, furf
venerdì, 15 febbraio 2008

M.me de la Cloche ha sedie immaginarie, immaginifiche, immaginanti.

Questi oggetti che, anzitutto, rivestono ruolo d’utilità, nelle trasposizioni neuroniche di questa donna rinnegano sé stessi, facendosi trucco. Vale il detto: “non c’è sedia, senza inganno”.

La loro collocazione è perversa, perché esse sono proprio dove dovrebbero essere.

Esempio 1. Nella stanza che ho ‘occupato’ c’era inizialmente una sedia. Le ho subito riservato mille premure, disinfettandola con amorevoli cure (giorno di idiotismi e rime baciate), ma nell’atto di poggiarvi sù la mia borsa, il disco facente funzioni di ‘seduta’ ha spiccato una rotazione verticale1, come la cento lire del ‘testa o croce’. Ho desiderato un collo da stringere con tutta la forza che potevo.

Le sedie immaginarie di M.me de la Cloche: fantasie precarie da pervertiti. Immaginifiche.

 

Immaginanti. Vale il detto: “tale la sedia, tale la padrona”. C’è in queste sedie, come una consapevolezza del dove, come e perché si trovano dove si trovano. Sicché, a differenza di tutto il resto, ti ingannano due volte. La prima, perché sembrerebbero coerenti col contesto e quindi, le trovi riposte ‘in ordine’ attorno al tavolo, in relazione, attinenti. In ragione di questo, ti ingannano la seconda volta, perché esse sembrano solide, accoglienti, composte, sicure di sé, consapevoli, responsabilizzate, ogni loro incastro impetra l’uso. MA.

 

[A questo punto c’è un’interruzione. Suonano alla porta. È un suono prolungato di chi si appoggia a qualcosa per sostenersi e, infatti, apro la porta a una vecchietta. Mi  chiede se sono la padrona. Le dico di no. Dice che porta verdura e frutta. La signora che di solito la compra non c’è. Mi chiede se gliela voglio comprare. Perché no? È affannata, le dico di entrare e di non badare al disordine e di mettersi dove vuole, ma poi le indico il divano, perché le sedie (...), ma lei vuole sedersi sulla sedia. Non lo sa che la sedia potrebbe non ricambiare la sua fiducia. Essa fingerà di resistere finché i muscoli non si saranno arresi definitivamente alla stanchezza e il corpo sgonfiato di ogni velleità. In quell’ istante, quando chiunque cederebbe alla tentazione di abbandonarsi allo schienale, essa farebbe scattare la trappola, allargherebbe i due sostegni e via lo schienale! Immagino quella povera vecchina con la testa spaccata dal termosifone situato a tergo. Ma questo non accade. Si siede e la sedia regge. È  perché sono io la padrona pro tempore o M.me de la Cloche ha cambiato la collocazione delle sedie, forse facendosi scrupolo, quantunque con ritardo, di A.?

Le chiedo se ha sete, successivamente glielo richiederò, e lei mi risponde che non può bere, perché è digiuna da stamattina per un esame, che non si sente bene e che cinquanta anni fa l’ammazzagente le ha fatto morire una bambina di sei chili e le ha bucato la vescica. Penso: è una premessa necessaria per alzare il prezzo. Mi fa mettere la verdura nello scolapasta, le chiedo quanto le devo, lei risponde ‘a piacere vostro’ e mi parla della figlia che vive fuori, che queste straniere-polacche-dell’est prendono anche diecimilalire all’ora e che, l’ultima volta le hanno rubato pure un sacco di cose e che, facendo i conti, spende quasi due milioni al mese. Fisso un oggetto sinistro infilato in una busta, la busta appoggiata sul tavolo, quello che se ne intravede è l’impugnatura di legno. Penso: è una roncola. È venuta per uccidere con la scusa della frutta. Non ne avrebbe nemmeno la forza, ma questo non lo penso. Penso solo che appena potrà approfitterà della mia accoglienza, perché pochi sono all’altezza di un gesto gratuito. Io le dico che ho avuto a che fare solo con italiani/e che rubano uguale e peggio e che entrare dal macellaio equivale a patteggiare su un tentato furto: sullo spessore, sulla quantità, sulla tara. Ti prendono in una volta, i soldi che avresti voluto spendere, il come li avresti voluti spendere e non, e quelli non dovuti. Questi ultimi determinati dalla moltiplicazione dell’errore truffaldino e pianificato per la somma degli altri due. Concorda.

Penso che è venuta per fregarmi e che glielo farò fare, a patto che le regole siano dichiarate e certe. Le chiedo ancora un volta il prezzo della verdura. ‘A piacere vostro’. Siamo alle solite: mi ha scambiata per una ragazzina. Le chiarisco che faccio e so fare la spesa. Che non faccio i prezzi quando compro, ma mi limito a decidere se sono adeguati o meno a quello che voglio, posso e per cosa lo voglio spendere. Agli altri la scelta  di imbrogliare. Stiamo a vedere. Sgrana gli occhi. Le chiedo ‘quanto’. Cerco di fare una stima del paradosso che di lì a un momento mi ritornerà come una conferma. Vorrà dieci euro. Mi spara dodici. Le dico che se la può tenere. Va bene anche dieci. È un prezzo spropositato. Ma io la lavo, e la porto, e l’acqua mica è quell’acqua sporca-no-no, e la bolletta, etc. Le dico che è ancora troppo cara, che conosco i prezzi, che faccio e so fare la spesa, che non sono giovane come sembro, che so anche cucinare e conosco la resa della verdura, ho una figlia e una casa altrove, che non discuto sui prezzi e che quindi le darò i suoi dieci euro. Li prende senza fiatare. Ha raggiunto l’obiettivo. A questa donna interessa solo il risultato, non il mezzo, non di salvare la faccia, non si innamora più di tanto delle proprie  idee. Perché è qui? Dovrebbe insegnare nei corsi di master aziendali.

Mi chiede un biscotto o una caramella, perché ha la bocca ‘asciutta’. Vuole un bicchiere d’acqua? No, l’acqua no, per via dell’esame. È chiaro che non beve per via della vescica bucata. Non beve perché è incontinente. Sono costretta a cambiare stanza. Penso che riuscirà a sfilarmi tutti i soldi che ho nella borsa, quella che ho lasciato sul tavolo. Si presentano sempre così, dimesse, lagnanti e poi, appena ti volti, ti hanno ripulito di tutto quel che hai, ma te ne accorgi sempre troppo tardi. Penso che ho tante cose buone da darle. Ho solo l’imbarazzo della scelta. Invece non trovo niente e niente caramelle. Le piaceranno i salatini? Sono salati e alzano la pressione. E le fette biscottate? La specializzanda, in un ricovero, mi ha spiegato che danno picchi glicemici superiori a quelli di una caramella. Ritorno con i salatini e le fette biscottate. Li guarda e mi guarda con l’espressione sincera di chi riceve più del dovuto e mi ringrazia. Ha avuto i suoi soldi, è rilassata, e per sua fortuna è lontana dallo schienale della sedia. Mi dice che è difficile immaginare una signorina (non riesce a chiamarmi signora) così gentile e accogliente (usa proprio questa parola). Credo che abbia finalmente realizzato di aver ricevuto più di quanto abbia avuto il coraggio di chiedere o la sfacciataggine di fregare.  Soprattutto, non può realizzare di averlo ricevuto in-con-di-zio-na-ta-men-te, perché dal primo istante ho fotografato il luogo comune delle prime impressioni. La scontatezza dei ruoli. Il copione già letto. Se ne è andata come è venuta: da mendicante.]

 

Le sedie immaginanti assomigliano ai paradossi di Escher. Per capirle hai bisogno di un punto di vista e di credere che esse assomiglino a qualcosa che funzioni. M.me de la Cloche ne ha avuto altre, gonfie in superficie, sfondate di sotto e ostinatamente piantate a terra che se ti sedevi, ne diventavi ostaggio. Ma erano il suo ‘ideale di sedia’. La pena agli altri.

 

 

 

Note

1  L’affermazione pecca di consecutio logica e pone l’attenzione sull’irrisolta questione sulla rappresentazione del sé e l’interpretazione soggettiva della realtà. Il soggetto narrante, gigionando con ingenua evidenza, afferma che ha disinfettato la sedia “con mille premure e amorevoli cure”, tuttavia si accorge del ‘vizio’ solo al momento di appoggiarvi qualcosa.


postato da: 26delmesedimai alle ore 09:00 | link | commenti (6)
categorie: mme de la cloche, statue di sale